TORNIAMO A DESIDERARE

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Un invito a raccogliersi attorno alla dimensione più intima dei singoli e delle comunità.

Dal 44° rapporto Censis sulla situazione sociale in Italia

Il Censis ha rivolto l’attenzione ad una verifica di cosa è diventata la società italiana dopo un affannoso e travagliato decennio, che ha avuto il suo culmine delle paure nell’ultimo biennio, ma che è stato segnato in tutta la sua durata da una continua resistenza collettiva a sintomi e processi di declino. Una resistenza che in qualche misura ha appagato, ma anche un po’ consumato, facendo sorgere il dubbio che, anche se ripartisse a breve la marcia dello sviluppo, la società italiana non avrebbe spessore e vigore adeguati alle sfide complesse che si dovranno affrontare(…)

Nell’attuale realtà italiana rimbalzano spesso sensazioni di fragilità sia personali che di massa, che fanno pensare ad una perdita di consistenza (anche morale e psichica) del sistema nel suo complesso. È frequente il riscontro di comportamenti e atteggiamenti spaesati, indifferenti, cinici, passivamente adattativi o arrangiatori, prigionieri delle influenze mediatiche, condannati al presente senza profondità di memoria e futuro (…)

Con una rassegnazione implicita e diffusa non solo alla grande violenza della criminalità organizzata (“non c’è niente da fare”), ma anche alla insensatezza di molte azioni quotidiane (“siamo tutti un po’ matti”). Una società, in sintesi, insicura della sua sostanza umana. E se si guarda ai livelli più alti del dibattito sociopolitico (rigore e ripresa, austerità e sviluppo) viene il dubbio che esso voli alto proprio perché non se la sente di affrontare il nodo, che si è andato aggrovigliando negli anni, di un franare verso il basso della intima consistenza di individui, soggetti collettivi, istituzioni.

Tutto si appiattisce, vince solo una dimensione orizzontale, spesso vuota, tanto che è stato detto che il mondo globalizzato è “un campo di calcio senza neppure il rilievo delle porte dove indirizzare la palla”(…)

Non ci si può sorprendere quindi se una società “piatta” come la nostra appiattisce anche tutti i soggetti presenti in essa, e in particolare la loro capacità e il loro vigore soggettivo. La società italiana ad alta soggettività, che aveva costruito una sua cinquantennale storia sulla vitalità, sulla grinta, sul vigore dei soggetti, si ritrova a dover fare i conti proprio con il declino della soggettività (…)

Non siamo unicamente una società “liquida”, ma ancor più la società italiana è indistinta. Così indistinta che i migliori si impegnano nella moda di ricorrere quasi compulsivamente al numero e ai dati, alla quantificazione e alla misurazione, al monitoraggio e alla valutazione; mentre i peggiori si adagiano in quel “non c’è nulla da fare” che sembra la reazione più rancorosa che si possa immaginare, certamente quella più inutile.

C’è una causa immobile nella crescita e nella permanenza dell’indistinto, ed è il fatto che nel campo piatto della attuale società non c’è alcun dispositivo di regolazione, un “disciplinare”. Tutto è aleatorio e oscillante. Non c’è da sorprendersi se in questa situazione si afferma in Italia una diffusa ed inquietante sregolazione pulsionale.

Le cronache minute della vita italiana ci rinviano infatti tanti comportamenti puramente pulsionali, incardinati in un egoismo autoreferenziale e narcisistico. Fenomeni diffusi e forse invasivi. Episodi di violenza familiare; il bullismo gratuito e talvolta occasionale in strade e locali pubblici; la ricerca di un eccesso di stimolazione esterna che supplisca al vuoto interiore; il ricambio febbrile degli oggetti da acquisire e godere.

Siamo una società pericolosamente segnata dal vuoto, visto che ad un ciclo storico pieno di interessi e di conflitti sociali, si va sostituendo un ciclo segnato dall’annullamento e dalla nirvanizzazione degli interessi e dei conflitti (…)

È l’insicurezza il vero virus che opera nella realtà sociale di questi anni. Ed è su di essa che occorre lavorare, perché certo si tratta di un fenomeno interno ai singoli individui, ma anche di grande consistenza sociale, visto che le tante insicurezze personali fanno somma, una somma spiazzante rispetto alla radicata tradizione italiana di primato della sicurezza (…)

Se la razionalità delle norme e delle coscienze non basta più, occorre allora scendere ancor più a fondo nella personalità dei singoli e nella soggettività collettiva: bisogna avere il coraggio di scendere a verificare se e come funziona l’inconscio individuale come luogo della modulazione mentale dei propri comportamenti.

È infatti nell’inconscio che si confrontano e si articolano i due grandi fattori della vita: la legge e il desiderio. È il desiderio che esprime la volontà e il bisogno di superare un vuoto vissuto come “mancanza ad essere” perseguendo e acquisendo oggetti e relazioni; ed è la legge (l’autorità esterna o interiorizzata) che, contrastando o vincolando il desiderio, determina l’aggiustamento ad esso o la sua nevrotica rinuncia.

Forse aveva ragione chi profetizzava che il capitalismo avrebbe trionfato con la strategia del rinforzo continuato dell’offerta, strumento invincibile nel non dare spazio ai desideri. Così, all’inconscio manca oggi la materia prima su cui lavorare, cioè il desiderio.

Il trionfo dell’orizzontalità e il processo di desublimazione rendono labili i riferimenti individuali alla potenza verticale e irrevocabile della legge. Si vive senza norma, per cui tutto nella mente dei singoli è aleatorio, non riferito ad un solido basamento.

Una legge sempre meno forte che si combina con un desiderio sempre meno vigoroso porta ad un pericoloso declino del gioco di modulazione esercitato dall’inconscio.

Da un lato, infatti, l’evaporazione della legge comporta giorno dopo giorno la mancanza di certezze: le norme si confondono e si accavallano; il potere si frammenta e si dissemina; la decisionalità si sfarina; vince l’accavallarsi delle contingenze e del loro fronteggia mento. Dall’altro lato, la caduta dei desideri porta al primato del godimento e dell’edonismo di massa, all’eccessivo peso del mondo esterno rispetto alla coltivazione dei mondi interni (…)

Solo il desiderio “impone l’altro” (oggetto, relazione, condizione che sia) facendoci “disubriacare” dalla soggettività autoreferenziale.

– Solo il desiderio non ci appiattisce al deserto tutto orizzontale su cui siamo via via franati;

– Solo il desiderio fornisce telos progressivo alle pulsioni;

– Solo il desiderio può darci lo slancio per vincere il nichilismo dell’indifferenza generalizzata;

– Solo il desiderio esprime quella volontà di significazione (di voler dire e di voler essere) che oggi manca in tanti comportamenti.

Senza desiderio non c’è inconscio, non si attiva ed alimenta quel gioco di confronto con la legge che è essenziale per modulare lo svolgimento di una vita.Se, come dicevano i greci, virtuoso è colui che sa modulare la potenza del proprio desiderio, allora non è paradossale dire che tornare a desiderare è la virtù civile necessaria per riattivare la dinamica di una società troppo appagata e appiattita. Senza aver paura dei conflitti individuali, collettivi e istituzionali che un rinnovato vigore del desiderio può comportare: meglio il conflitto, oggi, che l’appiattimento.

Il rapporto completo si può scaricare su www.censis.it

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