GENTILI SÌ, INGENUI NO!

Di Giacomo Papasidero

Se la gentilezza è amore e se questo, come detto qualche settimana fa, è vero solo se è incondizionato, significa che non ci sono limiti? Che dobbiamo dare ed essere gentili anche di fronte a chi cerca di approfittarsene e magari potrebbe danneggiarci?

Ovviamente no, perché amare senza condizioni significa che diamo senza chiedere nulla, ma imparando a porre limiti e paletti ai comportamenti degli altri. Non dobbiamo mai confondere l’amore con l’assecondare le richieste e le pretese delle persone.

Essere gentili significa, innanzitutto, dare ciò che riteniamo giusto. Per educazione e abitudine tendiamo a pretendere che gli altri si adeguino ai nostri gusti, alle nostre richieste, a come noi vogliamo che si comportino. Di fronte a qualsiasi richiesta degli altri la domanda che ci dobbiamo porre è sempre questa: “Ciò che mi chiede, lo voglio fare? È una cosa che ritengo giusta? La farei se non me lo chiedesse?”.

Se vogliamo essere gentili, ma non ingenui, dobbiamo sempre usare la nostra testa e fare ciò che ci sembra opportuno e positivo, non quello che gli altri si aspettano da noi. Ripetiamolo: amare non vuol dire assecondare. E il limite spetta a noi porlo.

Mettere “i paletti” significa essenzialmente avere chiaro cosa vogliamo e non vogliamo fare. Ad esempio un amico potrebbe chiederci un favore in un momento in cui siamo stanchi o molto impegnati. Lui ci tiene e insiste. Amare non vuol dire fare necessariamente quel favore. Dobbiamo renderci conto se ne abbiamo tempo ed energie, e dare il nostro aiuto solo se questo sarà positivo per il nostro amico e per noi.

Fare un favore che ci crea disagio e ci mette in difficoltà non ha senso: a furia di stare male nell’assecondare gli altri, non solo abituiamo le persone a pretendere sempre da noi ciò che vogliono (se facciamo sempre come dicono, si aspetteranno la nostra totale disponibilità!), ma vivremo anche molte emozioni negative legate a queste persone, e senza accorgercene cominceremo a desiderare di evitarle, preferiremo allontanarci per non stare male.

Possiamo fare quel favore a una sola condizione: che nonostante la stanchezza o gli impegni ci faccia davvero piacere aiutare l’amico che ci chiede una mano. Mai farlo per dovere, per paura che gli altri si arrabbino o se la prendano con noi. Questo è il modo migliore per vivere male i rapporti con gli altri e trasformare la nostra gentilezza in un peso che alla lunga stancherà noi e rovinerà le nostre relazioni.

Dobbiamo decidere cosa sentiamo giusto, cosa riusciamo a fare in quel momento. Fare uno sforzo, un “sacrificio” per qualcuno, è un atto d’amore solo se diventa piacevole, se ci va di farlo indipendentemente da come reagiranno le altre persone.

Se i nostri gesti, per quanto nobili e gentili, sono invece frutto della paura di essere giudicati male o rifiutati dagli altri (se non lo facciamo ci allontaneranno), allora non è amore, e non farà bene né a noi (che lo viviamo male), né a loro (che abituiamo a pretendere, non ad amare!).

Inutile aspettarci che le persone lo capiscano e non insistano nel chiedere quello che desiderano: quando subentra la paura, il bisogno di ricevere qualcosa, difficilmente riusciamo a capire le difficoltà, i limiti o la stanchezza degli altri. Siamo abituati a vivere in modo egoista, a pensare a noi e non badare a cosa sentono e provano le altre persone.

Diamo dunque noi che dobbiamo porre dei limiti alle pretese, senza aspettarci che le persone lo capiscano. Anzi, dobbiamo imparare a fare le cose che reputiamo migliori, imparando a rispettare i nostri tempi e le nostre risorse, ma anche accettare che gli altri non gradiscano queste scelte, che reagiscano male di fronte a un nostro rifiuto. Dobbiamo imparare a dire di no.

  • Prima di tutto dobbiamo chiederci cosa davvero abbiamo voglia di fare.
  • Poi pensare a quale sarebbe la nostra scelta se gli altri la accettassero comunque. Se tutti fossero sempre d’accordo con noi, cosa faremmo?

Quindi agire, seguendo ciò che ci sembra giusto, non ponendo gli atri né su un gradino inferiore (noi contiamo di più) né su quello superiore (loro sono più importanti di noi).

Dobbiamo considerarli uguali a noi. E chiederci sempre: “Io cosa vorrei ricevere in una situazione simile?”, coniugando con saggezza l’amore per noi stessi (e il rispetto per le nostre capacità e i nostri limiti) con quello per gli altri e la volontà di dare loro gentilezza e amore.

Equilibrio, come sempre.

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